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AIE

Investire per crescere
Quando la lettura produce competitività economica?

Breve estratto dei risultati della ricerca

Se la Calabria avesse avuto negli Anni '70 il tasso di lettura della Liguria, oggi avrebbe una produttività del lavoro di 50 punti maggiore!

Sono sempre più frequenti i richiami alla necessità di ampliare e valorizzare le conoscenze, a fronte della debole crescita dell’economia italiana e dei crescenti problemi relativi alla sua competitività: si afferma, non a caso, che ci si è avviati verso un’economia della conoscenza e che quantità e qualità del capitale umano saranno il fattore cruciale nel determinare il successo di imprese e nazioni.

Ma qual è il ruolo della lettura nella creazione della conoscenza e quindi nella crescita economica? A questa domanda ha cercato di rispondere la ricerca svolta per conto dell’Associazione Italiana Editori (AIE) da un gruppo di lavoro coordinato da Antonello Scorcu, professore di Politica economica nell'Università di Bologna, e da Edoardo Gaffeo, professore di Economia politica nell'Università di Trento.

La ricerca – condotta utilizzando un metodo econometrico noto come “Barro regression” – ha allora analizzato la crescita della produttività nelle venti regioni italiane nel periodo 1980-2003, mettendola in relazione con una serie di variabili, tra le quali appunto è stata inserita la lettura di libri: ne è risultato che tale variabile contribuisce in modo significativo a spiegare le differenze nella crescita economica tra le regioni, ben integrando le misure più tradizionali della “conoscenza”, quale il livello di istruzione. In sostanza: le regioni con più alti tassi di lettura hanno fatto registrare tassi di crescita della produttività più alti, anche a parità di altri fattori, sia riferiti a variabili strettamente economiche, sia connessi alla conoscenza quali appunto i livelli di istruzione formale.

Il valore dei risultati trovati può essere riassunto da una simulazione: se il tasso di lettura nelle regioni meridionali a inizio periodo fosse stato pari a quello medio italiano, alla fine del periodo la crescita della produttività in quelle regioni sarebbe stata da 20 a 30 punti percentuali più alta. Ad esempio, avremmo avuto 20 punti di maggior crescita della produttività per l’Abruzzo, 23 per la Basilicata, 24 per Campania e Puglia, 29 per il Molise e 30 per la Calabria. Se poi il tasso di lettura nelle regioni del Sud fosse stato pari a quello della Liguria (che registrava a inizio periodo il valore più elevato), secondo la stessa simulazione la produttività delle regioni meridionali sarebbe cresciuta nell’insieme dei 24 anni considerati tra il 40 e il 50% in più..

Al di là del valore puntuale di tali cifre, che retrospettivamente hanno sempre il sapore di una storia scritta con i “se”, del rimpianto per le occasioni perdute, la ricerca dimostra chiaramente come incrementi significativi dei tassi di lettura producono tassi di crescita della produttività di assoluto rilievo, in grado di cambiare le capacità competitive delle regioni in cui si verificano.

Questo effetto della lettura emerge solo con riferimento a un congruo anticipo temporale: se è pur vero che l’investimento in lettura si dimostra redditizio per i suoi effetti sulla produttività, non ci si possono aspettare “effetti miracolistici” nel breve periodo: investire oggi in infrastrutture per la lettura (un moderno sistema di biblioteche di pubblica lettura, una più diffusa rete di librerie in zone che ne sono prive ma con un bacino d’utenza in grado di garantirne l’operatività economica) significa rispondere alla domanda su dove vogliamo sia il nostro Paese tra 15-20 anni.


I ragazzi che abitano in famiglie con una biblioteca familiare? Hanno performance scolastiche del 15% più elevate dei loro coetanei.

I manager e i professionisti di domani che studenti sono oggi? E cosa avrebbe potuto incidere sul loro rendimento scolastico? La ricerca ha verificato il ruolo che alcune variabili come la dimensione della biblioteca familiare e l’atteggiamento verso la lettura hanno sui risultati scolastici dei ragazzi italiani.

Come è noto, i confronti internazionali per gli studenti italiani sono sconfortanti, tali da porre la loro preparazione e competenza ai margini inferiori del gruppo OCSE. Questa insoddisfacente performance è da addebitare a numerose variabili e peculiarità nazionali della scuola italiana, ma dipende anche, e in misura più significativa di quanto si immagini, dalla presenza di libri in casa e dall’atteggiamento verso la lettura.

Per verificarne la portata sono stati analizzati i dati dell’indagine internazionale PISA (Programme for International Student Assessment), una delle più complete condotte a livello internazionale. Ne risulta che, tra le decine di fattori considerati, l’elemento che risulta maggiormente importante è il numero dei libri che costituiscono la biblioteca familiare: fatte pari a 100 le performance scolastiche degli studenti nelle cui famiglie non è presente alcun libro, al crescere della biblioteca familiare si registra un significativo aumento dei risultati scolastici.

I ragazzi italiani che possono usufruire in casa di una pur piccola biblioteca (oltre i 50 libri) registrano performance di circa il 15% superiori rispetto ai loro coetanei che hanno la sfortuna di abitare in una casa del tutto priva di libri, mentre tale differenza è – a livello internazionale – molto minore (5% circa). Il “rendimento” delle biblioteche familiari è molto più evidente per le classi dimensionali inferiori: è soprattutto l’introduzione dei primi libri in famiglia che sembra produrre effetti molto positivi, mentre per classi più elevate il rendimento si fa via via minore.

Questo risultato non deve essere interpretato nel senso meccanico secondo cui la presenza di libri accresce la conoscenza: una elevata disponibilità di libri è indice anche di una maggiore disponibilità monetaria della famiglia, elemento che mette lo studente nelle condizioni di esprimere senza vincoli stringenti le proprie capacità o disponibilità ad accumulare conoscenze, ma soprattutto indica un ambiente favorevole alla cultura e all’accumulazione di conoscenza. Questo effetto prescinde dal reddito, in quanto di norma l’acquisto di libri non avviene a discapito di consumi primari, ma riflette invece un atteggiamento dei genitori che privilegiano l’importanza dell’accumulazione di conoscenza (tramite il libro, ma non solo) rispetto a consumi voluttuari.

Il miglioramento dei risultati scolastici dovuto alla presenza di libri nel contesto familiare si combina con quello derivante dalla personale disposizione verso la lettura da parte degli studenti che ha anch’esso – com’era facile attendersi – un effetto positivo. Sempre utilizzando la stessa tipologia di analisi, la ricerca evidenzia come al crescere del “piacere” della lettura crescano costantemente i risultati scolastici. Nel complesso, le due variabili (presenza di libri nella biblioteca di casa, predisposizione favorevole verso la lettura) arrivano a migliorare i risultati dei test di rendimento scolastico fino a 117 punti, su un valore medio internazionale pari a 500.

Una curiosità in più? Influenza positivamente il rendimento a scuola la frequentazione di musei e cinema, il titolo di studio del padre e specialmente della madre, avere una tv in casa (averne più di una lo influenza negativamente). E, curiosità nella curiosità, la disponibilità in famiglia di almeno tre telefonini fa invece diminuire la performance scolastica.

Le spese private per la cultura: un consumo o un investimento? L’analisi della “funzione di produzione” dell’economia italiana dimostra come i consumi culturali siano un investimento. Più redditizio di quello in capitale fisico...

Una terza analisi condotta dalla ricerca riguarda l’effetto dell’insieme dei consumi culturali delle famiglie sulla produzione del PIL. È stata condotta un’analisi di “contabilità della crescita” tesa a individuare le componenti positive della funzione di produzione dell’economia italiana.

Anche in questo caso i risultati confermano l’impianto teorico da cui si era partiti: nella società della conoscenza, come quella in cui viviamo, anche le spese private, delle famiglie, in consumi culturali sono per l’insieme del Paese un investimento, nel senso che fanno crescere la quantità di ricchezza prodotta, e non un consumo, un modo di utilizzare quella stessa ricchezza.

Oltre a validare scientificamente le aspettative teoriche, la ricerca ha presentato alcune sorprese di non poco conto: se può infatti apparire scontato che il ruolo del capitale umano sia di gran lunga più significativo, nel determinare la crescita, del capitale fisico (l’insieme degli investimenti materiali delle imprese e delle infrastrutture pubbliche), è più sorprendente constatare che l’effetto dei consumi culturali delle famiglie, da solo, è più importante dell’insieme degli effetti ottenuti dagli investimenti fisici.

In altre parole: dati alla mano, una maggiore lettura (ma anche più cinema, più teatro, più visite a musei, concerti, ecc.) ha un effetto sull’economia maggiore di molti macchinari. E di conseguenza, una biblioteca serve allo sviluppo economico di una regione più di una tangenziale!

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