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AIE
Dalla ricerca degli economisti ai dati dell’Ufficio studi dell’AIE

La ricerca è stata arricchita da materiali raccolti ed elaborati dall’Ufficio studi dell’AIE per articolare ulteriormente alcuni aspetti dell’affermazione secondo cui la lettura produce maggiore competitività economica, e che confluiranno nel “Libro bianco” che verrà presentato in occasione degli Stati generali dell’editoria. Il volume fornirà ai partecipanti gli indispensabili materiali di documentazione e di lavoro per avviare il confronto. Ecco alcune anticipazioni.

  • Lettura e PIL? C’è relazione. Peccato però che solo il 5,7% degli italiani dichiari di leggere un libro al mese o più...

Nel 2005 gli italiani con più di sei anni di età che dichiarano di aver letto almeno un libro non scolastico nei dodici mesi precedenti erano poco più di 23,3 milioni (su una popolazione residente di 55,2 milioni di persone con più di sei anni): qualcosa come il 42,3% della popolazione. Un valore che colloca il Paese – e in definitiva il nostro sistema industriale in termini di ampliamento e valorizzazione delle conoscenze e del capitale umano, della produttività e della capacità di generare innovazione – alle spalle delle altre grandi economie europee e nord americane.
Non è però solo questo aspetto a contraddistinguere il nostro mercato della lettura, bensì un elemento qualitativamente più sottile: se infatti nel 2005 il 57,7% della popolazione non ha letto alcun libro (esclusi quelli di uso scolastico/universitario o professionale), il 20,1% non è arrivato a leggerne più di tre all’anno, e un altro 16,5% ne ha letti da quattro a undici. Solo il 5,7% di tutta la popolazione italiana afferma di aver letto più di dodici libri: uno al mese.
Detto in altro modo – calcolando la lettura non più su tutta la popolazione italiana ma solo su chi si dichiara lettore – circa la metà di chi legge è un lettore debole e occasionale (il 47,5% nel 2005 - circa 11.089.000 tra adulti e bambini), che a fatica arriva alla lettura di un libro ogni quattro mesi. All’estremo opposto di questa graduatoria abbiamo circa 3.151.000 persone che di libri ne leggono almeno uno al mese, dodici all’anno: il 13,5% di chi legge.
Ma c’è una relazione tra lettura di libri e Prodotto interno lordo (PIL)? Se prendiamo in considerazione da un lato il contributo che le diverse regioni portano al PIL e la distribuzione della lettura ci troviamo di fronte alla quasi perfetta sovrapposizione tra le due serie di dati.
Le regioni del Nord contribuiscono ad esempio per il 54,02% al PIL nazionale e raccolgono il 53,4% dei lettori; quelle del Centro contribuiscono al PIL per il 21,03% e hanno il 20,24% dei lettori. Quelle del Sud contribuiscono per il restante 24,94% al PIL nazionale e, ogni 100 lettori, 26,2% sono, a loro volta, residenti nelle regioni meridionali.
In altre parole, non solo la lettura influisce sulla produttività, misurata tramite il PIL per unità di lavoro standard - come ha mostrato la ricerca -, ma la lettura stessa - cioè i fattori di conoscenza “informale” acquisiti attraverso le pagine dei libri (anche per “svago” e “piacere”, nel tempo libero)- rispecchiano, quasi perfettamente, i fattori di sviluppo economico presenti nelle varie aree regionali.
Non diversi appaiono i dati presi in esame regione per regione. La Lombardia, ad esempio, contribuisce per il 18,9% al PIL nazionale e ha il 20% di lettori (lettori che contribuiscono per il 22,96% all’acquisto di libri in libreria; Fonte: Messaggerie libri). La Puglia contribuisce al 4,7% del PIL, ha il 4,6% di lettori (lettori che spendono il 2,66% di quanto tutti i lettori italiani spendono in libreria per comprare libri di varia). Il Piemonte contribuisce all’8,3% del PIL, ha l’8,7% di lettori, concentra l’8,8% delle vendite in libreria. E così via.
Certamente la situazione è cambiata in positivo negli ultimi cinque anni. Se prendiamo come anno di raffronto il 2000, che è stato uno degli anni con uno dei più bassi indici di lettura degli ultimi dieci anni, vediamo che l’area della non lettura si è ridotta dal 61,4% (del 2000) al 57,7% odierno. In cinque anni si sono aggiunti, o sono rientrati nel perimetro del mercato della lettura, quasi 2,5 milioni di persone, con una crescita dell’11,8%. Ma questi dati indicano anche che la lettura ha prodotto nuova lettura: dove (il Nord) e tra chi (le donne, chi ha un titolo di studio superiore) si leggeva di più si è letto ancor di più. La lettura di libri cresce tra chi ha un titolo di studio più elevato, più che tra coloro che hanno un titolo di studio inferiore: i laureati che hanno letto un libro passano dal 65% al 77%. Chi ha un titolo di studio inferiore (scuola primaria e secondaria inferiore) dal 22% al 25%.
Emerge così con forza che senza politiche istituzionali coerenti e continuative nel tempo, capaci di porre al centro della loro attenzione il ruolo e la funzione che la lettura e il libro hanno per lo sviluppo sociale e civile di un Paese – e per la sua capacità di competere a livello internazionale –, i divari e le forbici tenderanno ad allagarsi in maniera irreversibile. I forti lettori aumentano, è vero, ma nessun Paese – e l’Italia in particolar modo – può pensare di competere sui mercati internazionali con solo il 5,7% della sua popolazione che dichiara di leggere un libro al mese o più.

  • Investimenti delle famiglie in libri come fattore di accumulo della conoscenza? Diminuiti del 16,9% negli ultimi tre anni

La spesa delle famiglie per l’acquisto di libri può essere letta come un investimento significativo in un asset molto speciale: il capitale umano, l’accumulo di conoscenza da parte dell’“impresa famiglia”. La propensione (e la sua evoluzione nel tempo) a destinare una parte più o meno significativa del proprio reddito in acquisto di libri da parte della famiglia segnala quindi come essa percepisce la necessità di investire su questo particolare tipo di “bene di produzione”. Sembrerebbe poco, però, a giudicare dai risultati: negli ultimi tre anni questa forma di investimento risulta infatti diminuita di ben il 16,9%. Questo vale per i libri ma, in parallelo, può essere applicata anche per la stampa quotidiana e periodica.
La spesa per acquisto di libri comprende ovviamente sia quelli destinati ai componenti del nucleo familiare, sia al capofamiglia: se la famiglia di un imprenditore o di un libero professionista spende, in valori assoluti, 243 euro all’anno per l’acquisto di libri, questo significa che (con un prezzo ponderato di copertina di 17,70) non si arriva (libri scolastici o universitari compresi) all’acquisto complessivo di più di 13-14 libri all’anno.
E non è finita qui: se rapportiamo la spesa per acquisto di libri con la spesa complessiva di prodotti non alimentari vediamo, un po’ paradossalmente, che con lo 0,67% le famiglie di operai destinano all’acquisto di libri la stessa quota di quanto fanno dirigenti e liberi professionisti e più di quanto non fanno i lavoratori in proprio (solo lo 0,59%). Il dato, in presenza di redditi certamente diversi, sembrerebbe suggerire, al di là del loro valore speculativo, il diverso atteggiamento che i gruppi sociali hanno nei confronti della necessità di riuscire a mantenersi aggiornati e a incrementare le loro conoscenze tecniche (quello che viene chiamato, per brevità, capitale umano).

  • Lettura in Europa e performance economica. C’è relazione? Forse sì... Resta il fatto che l’Italia è al 13mo posto tra i Quindici per spesa pro-capite per libri

In Italia dichiara di aver letto almeno un libro il 42,3% della popolazione. In Francia è il 61%, in Germania il 66%, in Spagna il 41,1%, nel Regno Unito il 73,5%, ecc.
Siamo quindi tra i 20 e i 30 punti sotto alcuni dei nostri più agguerriti concorrenti in Europa. Se riportiamo su questi dati i risultati della ricerca sul rapporto tra la lettura e la produttività, possiamo dire che – solo a causa di questo ritardo – accumuliamo ogni anno, un tasso di crescita della produttività inferiore di 2-3 frazioni di punto. E questo, anno dopo anno, segna in modo grave la nostra capacità competitiva. Arranchiamo, insomma, a causa di questi nodi strutturali, e per restare a galla dobbiamo inseguire soluzioni sempre difficili.
Non solo la lettura colloca l’Italia agli ultimi posti tra i 15 Paesi europei (non è ancora possibile un’analisi a Venticinque), ma la stessa spesa pro-capite per acquisto di libri la posiziona nel 2004 al tredicesimo posto tra i principali Paesi europei. Ciò che si vuole sottolineare con questi numeri, al di là del loro effettivo e puntuale valore, è come si relazionano i diversi Paesi europei nell’investimento pro-capite in libri e in conoscenza (e, almeno in parte e in diversa misura, in contenuti editoriali distribuiti attraverso supporti e canali digitali): in questo senso i 65 euro pro-capite dell’Italia (64,95 euro per la precisione) “fanno i conti” con i 72,5 euro della Francia, i 123,7 euro della Svezia, i 155 euro della Finlandia, i 185 euro della Germania. Addirittura i 208 euro della Norvegia. Investono meno di noi in acquisto di libri solo le “imprese-famiglia” della Grecia (30 euro pro-capite).
Se a questo punto si pongono a confronto la spesa pro-capite per acquisto di libri con alcuni indici economici come l’Indice di creatività economica, l’Indice di competitività globale e l’Indice dell’ambiente imprenditoriale (ma potremmo estendere l’operazione anche ad altri indicatori) si evidenzia una stretta relazione tra acquisto/lettura di libri e le performance economiche dei rispettivi Paesi: in tutti troviamo ai primi posti le nazioni contraddistinte da una maggior spesa/investimento in acquisto/lettura di libri. Agli ultimi quelli in cui si acquista/legge meno e che presentano indicatori di performance economica meno positivi.

  • Analfabetismi professionali o professionisti analfabeti? Già... solo il 46% di dirigenti e professionisti legge in Italia

I dati sulla lettura/acquisizione di libri sono pessimi nel confronto internazionale, sia per lettura nel tempo libero (quella che consideriamo come “lettura per piacere”), sia per lettura per aggiornamento professionale o attività lavorativa vera e propria.
Se infatti tra coloro che in Francia svolgono attività professionali e intellettuali ben l’81% dichiara di leggere un libro (per qualunque motivo), il 72% lo fa tra le “profession intermédiares” e il 66% tra impiegati e categorie indipendenti (e la situazione non parrebbe diversa in Germania, anche se non si dispongono di dati completamente comparabili), in Italia la penetrazione della lettura nelle categorie di dirigenti, professionisti, ecc. si attesta al 46%.
Siamo, pur considerando la non completa coincidenza tra le metodologie di ricerca, a 20-40 punti di differenza tra i due Paesi!
Questi dati ci dicono bene dell’attuale qualità delle forze lavoro (il capitale umano), al di là dei tradizionali indici che misurano l’istruzione formale: quel 23,1% di laureati che nella fascia d’età 45-64 anni legge oltre 12 libri all’anno ci offre un importante punto di osservazione attraverso cui valutare la qualità del lavoro, le capacità di innovazione dell’economia italiana, di competizione e di conoscenza delle problematiche dei mercati internazionali, ecc. che si sviluppa tramite l’accumulazione informale della conoscenza.
La lettura di libri per motivi professionali appare di fatto trascurabile soprattutto – ed è un dato di grande preoccupazione – in due categorie professionali particolari: tra chi è in cerca di nuova occupazione e che dovrebbe avere l’evidente necessità di entrare in percorsi di aggiornamento e riqualificazione professionale (qui solo l’8,4% dichiara di aver letto almeno un libro professionale), e tra chi è in cerca di prima occupazione (11,6%). E tra questi ci sono appunto i giovani appena usciti dai processi formali di istruzione della scuola superiore secondaria e sempre più dell’università. Sembra insomma diffusa l’idea che ci si possa aggiornare professionalmente, tenersi al corrente dei processi di innovazione e dei cambiamenti nei paradigmi culturali e della conoscenza senza libri (di carta o digitali), che sia sufficiente scaricare o copiare, spesso illecitamente, appunti, dispense, antologie raccogliticce, diapositive in power-point, partecipare a convegni e seminari per affrontare le sfide e la competizione a livello internazionale.

  • Librerie e biblioteche: infrastrutture per la lettura di cui ha bisogno il Paese.

La ricerca ha evidenziato che se l’indice di lettura di libri nelle regioni meridionali fosse stato anche solo pari a quello medio italiano, oggi la crescita della produttività al Sud sarebbe stata da 20 a 30 punti percentuali più alta. Una delle ragioni di questo mancato processo sta – prescindendo da fattori strutturali di carattere generale – nel grave ritardo in cui si è sviluppato (o in alcune zone non si è ancora sviluppato) il complesso di quelle che possiamo definire “infrastrutture per la lettura”: biblioteche e sistemi di pubblica lettura, librerie, biblioteche scolastiche.

Librerie
- Nelle regioni del Nord troviamo il 50,9% delle librerie, in quelle del centro il 27,6% e in quelle del Sud il restante 21,5%.
Solo il 5% dei comuni delle regioni del Sud e delle Isole possiede una libreria ma, cosa forse peggiore, in queste stesse regioni vi sono ben 112 comuni con più di 20mila abitanti che sono privi di libreria. Un numero che sale a 316 se consideriamo quelli con più di 10mila abitanti.
Significa – per limitare la riflessione alle regioni del Sud – che ci sono, ad esempio, ben 7.600.000 persone (quelle che risiedono nei comuni con più di 20mila abitanti del Sud) che non hanno la possibilità di accedere ad alcun servizio offerto da una libreria.
Esiste insomma una relazione tra crescita della lettura e aree del Paese in cui è avvenuto negli ultimi 12 anni un processo di trasformazione e di innovazione della libreria: questo vale per il “centro dell’area metropolitana” (dove si sono aperte grandi librerie, rinnovate e ampliare alcune storiche librerie a conduzione familiare), per le “periferie metropolitane” (multistore, rinnovo degli assortimenti dei punti vendita della Gdo, librerie nelle gallerie dei centri commerciali), per le medie città di provincia (librerie indipendenti che hanno saputo e potuto rinnovarsi). Qui si è registrata una crescita maggiore della lettura: si è riscontrato un +28,4% (1992-2003) tra chi risiede nei centri dell’area metropolitana o nelle sue aree periferiche (quasi 1,5 milioni in più di lettori), rispetto alle altre aree urbane più piccole dove la crescita è stata di meno della metà (11,1%).

Biblioteche di pubblica lettura
. Le biblioteche in Italia sono poche, mal distribuite sul territorio nazionale e con patrimoni bibliografici e risorse per il loro funzionamento inadeguate. Il 68% ha patrimoni librari che non superano i 10mila volumi, il 50,1% ha a scaffale non più di 5mila volumi: una dotazione che troviamo nella biblioteca di casa di una famiglia mediamente colta.
Non sono più del 3% quelle che superano i 100mila volumi!
Il 33,5% di quelle con più di 10mila volumi sono nelle regioni del Nord; nel Sud scendono al 23,4%, con dieci punti percentuali di differenza! Viceversa al Sud troviamo il 33,4% di biblioteche di pubblica lettura che non hanno più di 2mila volumi, che al Nord sono il 20,7%.
Il minor patrimonio disponibile – conseguenza delle scarse risorse disponibili destinate ad acquisizioni – diventa un indicatore che esprime la minor attenzione e le minori risorse messe a disposizione da alcune regioni nel favorire lo sviluppo di un moderno sistema bibliotecario. E che negli ultimi anni deve confrontarsi con la forte contrazione che si è avuta nelle risorse a disposizione delle biblioteche per acquisto di libri: negli ultimi cinque anni si è verificata una flessione del 26% delle risorse per gli acquisti (e le previsioni per il 2006 sono ancora più fosche). Se volessimo tradurlo, significa che oggi la spesa è di 2,02 euro pro capite, più o meno quella per un cappuccino (in piedi) al bar!

Biblioteche scolastiche.
Nella scuola italiana sono quasi del tutto assenti strutture che possano definirsi “biblioteche scolastiche” nel senso proprio e funzionale del termine, così come sono del tutto assenti le competenze tipiche di una professionalità definibile come quella di “bibliotecario scolastico”.
Ogni studente italiano ha a sua disposizione 6,7 libri; l’investimento per studente in acquisto di libri (o in abbonamenti a riviste) è di 3,31 euro; meno di una scuola su quattro ha una collocazione a scaffale aperto; il 42,9% ha un orario di apertura settimanale inferiore a 10 ore (meno di due ore al giorno).
Il risultato è che solo il 13,6% della popolazione scolastica frequenta la biblioteca e ancor più scarsa è la frequenza (2%) da parte dei docenti. Gli effetti sono di lunga portata: sembrerebbe, per paradosso, che la scuola non solo non sia in grado di avvicinare al libro i futuri lettori, ma soprattutto non sia in grado di fornire competenze che trasformino la lettura in una pratica abituale. Peccato però che questo contraddica la logica della “società dell’informazione”, la cui parola d’ordine è formazione e autoformazione continua e permanente.

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